Renard Suaso

Appunti sparsi tra poesia, sogni e realtà

Protetto: Appunti di scrittura creativa

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A lume spento

Il compito dell’arte è fare dell’ombra il vero, non un riflesso.
Claudio Parmiggiani

Opera: A lume spento, C. Parmiggiani (1986)

Profumo esotico

 

 

 

 

 

 

Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno,
respiro il profumo del tuo seno ardente,
vedo scorrere rive felici che abbagliano
i fuochi di un sole monotono;

una pigra isola in cui la natura
esprime alberi bizzarri e frutti saporosi,
uomini dal corpo snello e vigoroso
e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,
vedo un porto pieno d’alberi e di vele
ancora affaticati dall’onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi
che circola nell’aria e mi gonfia le narici,
si mescola nella mia anima al canto dei marinai.

Parfum exotique, all’amata “Venere nera” Jeanne Duval
da I Fiori del male, Les Fleurs du mal – C. Baudelaire

Giovane malato

 

 

 

 

 

 

Autore: Lorenzo Lotto
Data: 1530 circa
Tecnica: olio su tela
Dimensioni: 98×111 cm
Ubicazione: Gallerie dell’Accademia, Venezia

Epigrafe per un Libro condannato

Lettore pacifico e bucolico,
sobrio ed ingenuo uomo dabbene,
getta questo libro saturnino,
orgiaco e malinconico.

Se non hai fatto il tuo corso di rettorica
presso Satana, lo scaltro decano,
gettalo! non vi comprenderesti nulla,
o mi crederesti isterico.

Ma se, senza lasciarsi fascinare,
l’occhio tuo sa scrutare ne li abissi,
leggimi, per imparare ad amarmi;

anima curiosa che soffri
e vai cercando il tuo paradiso,
compiangimi! … se no, ti maledico!

Épigraphe pour un Livre condamné
da I nuovi Fiori del male, Nouvelles Fleurs du mal – C. Baudelaire

Fonti: Eternels Eclairs (fr), Liber Liber (it) 

Annunciata di Palermo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: Antonello da Messina
Data: 1476
Tecnica: olio su tavola
Dimensioni: 46×34 cm
Ubicazione: Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

 

Enjoy the Silence, acoustic, Depeche Mode

Vene al campo

Donai le vene al campo.
Io, ieri:
i capelli trafitti dall’erba,
la rugiada a dissetar le ciglia,
la terra a colorar le labbra.
Poi, la tempesta,
un raggio, un falco:
ripartì il tempo.
Il vento mi carezzò la tempia,
la Luna mi sorrise, ancora:
li ricambiai ridendo
poi, morii di bellezza.
Io, ieri.
Inghiottii una formica:
fu vita che nutrì la vita.

Renard Suaso

The Virgin Suicides, AIR

Cos’è che resta in noi dell’amore?

Cos’è che resta in noi dell’amore?
Parlo dell’amore originario, quello collocato nella sfera intima celata dentro l’involucro di materia che portiamo a spasso.
Ho cercato di dare una risposta e attualmente credo che la risposta più pertinente sia niente.
Mi interrogo, osservo.
Mi interrogo ancora.
In giro non ne vedo traccia.
Quello che si chiama oggi amore non è altro che un’accozzaglia di stereotipi messi in fila: una plastica creazione modellata a piacimento da chi governa il nostro modo di vivere.
Sì, perché siamo tutti schiavi.
Persino chi crede di non esserlo, chi crede di esser salvo da questa invisibile tirannia, lo è.
Chi lo capisce, si adegua.
Adattabilità, ecco la parola del nostro tempo.
Bisogna adattarsi a tutto per non soccombere alla vita e restare ultimi, poveri, soli, emettendo un grido che, nonostante il rumore, nessuno ascolta.
Chi si è adattato, lo ha fatto per poter mettere la propria voce al servizio di quel disperato tentativo di cambiare le cose.
E l’amore? Anche lui si è adattato ai nostri usi e consumi.
Riposa in pace dentro ognuno di noi: ci guardiamo negli occhi, tutti stanchi, impauriti, con questo suo peso addosso (che dovrebbe essere invece un etereo librarsi) al suo primo gemito siam lì che abbassiamo gli sguardi per vergogna, per ignoranza, per paura di dar retta a quella voce rivoluzionaria che abbiamo dentro, paura di dissacrare le idee della società.
Non è un inno all’amore libero, questo.
Non è un invito a restare ultimi e nemmeno a doversi per forza di cose adattare.
Ognuno, del proprio amore, può farne ciò che vuole.
Questo è solo uno spasmo disperato, l’unico modo che ho per dar voce a quella sconosciuta, deteriorata, impalpabile entità che mi è rimasta dentro e che, un tempo, si chiamava amore.

Ma domani, lo so già, cambierò idea anche su questo.

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Renard Suaso © 2017