Cos’è che resta in noi dell’amore?
Parlo dell’amore originario, quello collocato nella sfera intima celata dentro l’involucro di materia che portiamo a spasso.
Ho cercato di dare una risposta e attualmente credo che la risposta più pertinente sia niente.
Mi interrogo, osservo.
Mi interrogo ancora.
In giro non ne vedo traccia.
Quello che si chiama oggi amore non è altro che un’accozzaglia di stereotipi messi in fila: una plastica creazione modellata a piacimento da chi governa il nostro modo di vivere.
Sì, perché siamo tutti schiavi.
Persino chi crede di non esserlo, chi crede di esser salvo da questa invisibile tirannia, lo è.
Chi lo capisce, si adegua.
Adattabilità, ecco la parola del nostro tempo.
Bisogna adattarsi a tutto per non soccombere alla vita e restare ultimi, poveri, soli, emettendo un grido che, nonostante il rumore, nessuno ascolta.
Chi si è adattato, lo ha fatto per poter mettere la propria voce al servizio di quel disperato tentativo di cambiare le cose.
E l’amore? Anche lui si è adattato ai nostri usi e consumi.
Riposa in pace dentro ognuno di noi: ci guardiamo negli occhi, tutti stanchi, impauriti, con questo suo peso addosso (che dovrebbe essere invece un etereo librarsi) al suo primo gemito siam lì che abbassiamo gli sguardi per vergogna, per ignoranza, per paura di dar retta a quella voce rivoluzionaria che abbiamo dentro, paura di dissacrare le idee della società.
Non è un inno all’amore libero, questo.
Non è un invito a restare ultimi e nemmeno a doversi per forza di cose adattare.
Ognuno, del proprio amore, può farne ciò che vuole.
Questo è solo uno spasmo disperato, l’unico modo che ho per dar voce a quella sconosciuta, deteriorata, impalpabile entità che mi è rimasta dentro e che, un tempo, si chiamava amore.

Ma domani, lo so già, cambierò idea anche su questo.